
Torri, contrade, chiese e cantine: la storia del borgo, un particolare alla volta.
A Varzi la storia non occupa soltanto le strade: sale verso le torri e scende nelle cantine.
In alto, i profili della Torre Malaspina, delle antiche porte e dei campanili segnano ancora il paesaggio. Al livello della strada, portici, archi, chiese e palazzi raccontano secoli di vita quotidiana. Più sotto, oltre ciò che si vede, si aprono ambienti scavati nella pietra e cantine che in alcuni casi si estendono fin sotto le vie.
È questa sovrapposizione a rendere Varzi così particolare. Il centro storico non è un fondale medievale rimasto immobile, ma un paese cresciuto dentro la propria storia, adattando gli spazi alle esigenze dell’abitare, del commercio e del lavoro. Per scoprirlo bisogna attraversarlo con curiosità: passare sotto le antiche porte, seguire la Contrada di Dentro, osservare le differenze di livello, cercare le tracce delle mura e fermarsi davanti ai particolari che normalmente sfuggono.
A Varzi la storia non si mostra tutta insieme. Si rivela un passo alla volta.
Un borgo nato lungo il passaggio
La posizione di Varzi ha determinato buona parte della sua storia. La Valle Staffora collega la Pianura Padana ai valichi dell’Appennino e alla costa ligure: per secoli da qui sono transitati uomini, animali e merci lungo uno dei percorsi conosciuti come Vie del Sale.
Nel Medioevo il territorio entrò nell’orbita dei Malaspina e Varzi divenne un centro strategico e commerciale. Il castello fu ampliato, il borgo fortificato e la vita del paese si sviluppò attorno alla strada che univa i suoi accessi principali.
L’abitato era protetto da tre cinte murarie. Oggi non è possibile seguirne per intero il tracciato, ma la forma del centro conserva molti indizi: le torri, gli archi ogivali, i passaggi addossati alle antiche difese, il Vicolo dietro le Mura e le strade costruite su quote differenti.
Qui il Medioevo non è racchiuso in un solo monumento. È rimasto nell’organizzazione stessa del paese.
Un paese costruito su più livelli
Uno degli aspetti più sorprendenti del centro storico è il sistema di vie, portici e ambienti disposto su livelli sovrapposti.
Le case occupavano spazi stretti lungo la strada e si sviluppavano in profondità. Al livello inferiore trovavano posto botteghe, depositi, stalle e ricoveri; ai piani superiori si abitava; più sotto si aprivano le cantine. Sfruttando il dislivello naturale del terreno, alcuni ambienti arrivavano oltre il perimetro degli edifici, fin sotto la strada.
Passeggiando si possono notare grate e aperture nella pavimentazione. Non sono semplici dettagli: portavano aria agli spazi sottostanti e rivelano la presenza di un altro paese, nascosto sotto quello visibile.
Casa, lavoro, deposito, passaggio e cantina convivevano così in pochissimo spazio. Una soluzione nata da esigenze molto concrete che oggi costituisce uno dei caratteri più affascinanti di Varzi.
La Contrada di Dentro, cuore della Varzi medievale
L’antica Via di Dentro collegava la Torre di Porta Sottana alla Torre di Porta Soprana. Per secoli fu la principale via di attraversamento e il centro della vita civile e commerciale: vi si affacciavano gli uffici, vi abitavano famiglie importanti, si leggevano le disposizioni pubbliche e si tenevano le aste.
Ancora oggi, in poche decine di metri, riunisce alcuni dei luoghi più significativi del borgo. Percorrerla significa entrare nel disegno della Varzi medievale, tra edifici appartenenti a epoche diverse che continuano a raccontarsi l’uno accanto all’altro.
La Torre Malaspina, detta Torre delle Streghe
È la torre più imponente di Varzi e custodisce la pagina più oscura della sua storia.
La Torre Malaspina, alta circa ventinove metri, si innalza accanto al castello con la sua struttura severa e compatta. Gli ambienti interni sono sovrapposti e collegati da una scala stretta ricavata nello spessore della muratura. Dalla sommità, quando la torre è aperta alle visite, lo sguardo si allarga sui tetti del borgo e sulla Valle Staffora.
Il nome di Torre delle Streghe è legato agli avvenimenti del 1464. Le ricostruzioni storiche raccontano che qui furono imprigionate venticinque donne e alcuni uomini accusati di eresia e stregoneria dall’Inquisizione.
Non è dunque un soprannome fantastico attribuito in tempi recenti a una torre medievale, ma la memoria di persone realmente accusate e recluse in un’epoca nella quale paura, superstizione e controllo religioso potevano trasformarsi in una condanna.
Salire nella torre significa attraversarne fisicamente la storia: gli spazi raccolti, la scala nascosta nei muri e infine la luce che si apre in cima rendono la visita una delle esperienze più intense di Varzi.
Il Castello Malaspina
Accanto alla torre si sviluppa il Castello Malaspina, un complesso costruito e trasformato nel corso dei secoli. Alle parti più antiche si aggiunsero nuovi corpi di fabbrica, cortili e ambienti residenziali, seguendo il passaggio da presidio difensivo a dimora signorile.
Osservandolo dall’esterno si incontrano elementi appartenenti a epoche diverse: il portale ogivale con lo stemma dello Spino Secco, simbolo del ramo dei Malaspina legato a Varzi, la torre, i fronti affacciati sulla piazza e gli interventi realizzati nei secoli successivi.
Più che un edificio isolato, il castello è un insieme di storie sovrapposte e rappresenta uno dei punti dai quali comprendere il lungo legame tra Varzi e i Malaspina.
Le torri di Porta Sottana e Porta Soprana
La pendenza naturale del terreno spiega i nomi delle due porte che delimitavano la Contrada di Dentro.
La Torre di Porta Sottana
Sul lato più basso si trova la Torre di Porta Sottana, conosciuta anche come Torre Mangini. Conserva l’impianto quadrangolare, il passaggio ad arco e alcuni segni dell’antico sistema di chiusura.
Il palazzo costruito successivamente dalla famiglia Mangini si addossa alla torre e mostra con chiarezza come, nel tempo, le strutture difensive siano state inglobate nella vita del paese.
La Torre di Porta Soprana
All’estremità opposta della contrada si alza la Torre di Porta Soprana, detta anche Torre dell’Orologio per la struttura aggiunta alla sommità per ospitare l’orologio e le campane.
Attraversarne l’arco significa oltrepassare il limite dell’antico borgo fortificato. Subito dopo, case, portici, vicoli e cantine sembrano incastrarsi gli uni negli altri, fino a trasformare in alcuni punti la strada in un passaggio scavato dentro gli edifici.
Porta Soprana e Porta Sottana non erano semplicemente due torri poste ai lati del paese: controllavano il transito di persone e merci e sono ancora oggi la chiave più immediata per leggere la forma della Varzi medievale.
Le chiese nel cuore del borgo
Le chiese di Varzi non si concentrano in un’unica area monumentale. Si incontrano lungo le contrade e raccontano la crescita del paese, la vita delle confraternite e l’assistenza prestata nei secoli a pellegrini e viaggiatori.
La Chiesa di San Germano
Oltre Porta Soprana, il vicolo conduce alla Chiesa di San Germano, la parrocchiale costruita tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento.
All’interno conserva cappelle, tele, arredi lignei e marmi. Una cappella è dedicata a san Giorgio, patrono di Varzi, celebrato il 23 aprile. La distinzione è importante: la chiesa è intitolata a san Germano, mentre il patrono del paese è san Giorgio.
La Chiesa dei Rossi
Il nome deriva dal colore della cappa indossata dai membri della Confraternita della Santissima Trinità, impegnata anche nell’accoglienza e nell’assistenza dei pellegrini e dei convalescenti.
La chiesa, costruita nel Seicento, conserva un interno barocco ad aula unica. Poco distante sorge l’antico Ospizio dei Pellegrini, nato per offrire riparo a chi attraversava il paese.
Chiesa e ospizio ricordano che Varzi non era soltanto un luogo di commercio, ma anche una tappa nella quale fermarsi, trovare assistenza e riprendere il cammino.
La Chiesa dei Bianchi
Poco più avanti si incontra la Chiesa dei Bianchi, edificata nel Seicento per la Confraternita del Gonfalone, i cui membri indossavano una cappa bianca.
La pianta centrale, il tamburo e la piccola lanterna la rendono immediatamente riconoscibile. Rossi e Bianchi, quindi, non sono nomi inventati dalla tradizione popolare: conservano la memoria di due confraternite che ebbero un ruolo nella vita religiosa e sociale di Varzi.
La Chiesa dei Cappuccini
Fuori dal nucleo fortificato si trova uno degli edifici più antichi e preziosi del territorio: la Chiesa dei Cappuccini, sorta sul luogo dell’antica pieve dedicata a san Germano.
L’edificio conserva forme romaniche e gotiche. La facciata alterna pietra arenaria e laterizio; il portale, con colonne, capitelli e bassorilievi, merita di essere osservato da vicino. All’interno, le tre navate, la copertura lignea e le opere conservate raccontano le numerose fasi della sua storia.
Nel Seicento vi si insediarono i frati Cappuccini, dai quali deriva il nome con cui la chiesa è oggi conosciuta.
La sua posizione fuori dalle antiche mura aiuta a comprendere che Varzi non è nata in un solo momento: si è ampliata e trasformata seguendo le strade, il torrente e le necessità della comunità.
Sotto Varzi: le cantine e il Salame di Varzi
Le cantine non sono un’aggiunta pittoresca al borgo. Appartengono alla sua architettura e alla sua economia.
La profondità degli ambienti e i muri in pietra contribuivano a ridurre gli sbalzi di temperatura; grate e aperture favorivano il ricambio naturale dell’aria. La tradizione locale ricorda anche particolari strutture definite cantine a colonna con camino, pensate per facilitare la ventilazione.
Questi ambienti erano preziosi per conservare il vino e gli alimenti e per accompagnare lentamente la stagionatura dei salumi. A renderli particolarmente adatti contribuiva anche il clima della Valle Staffora, influenzato dall’incontro tra le correnti provenienti dall’area ligure e l’aria della pianura.
La posizione lungo le Vie del Sale completava un insieme difficilmente riproducibile altrove: il sale, indispensabile per la conservazione delle carni, arrivava attraverso gli antichi collegamenti con la Liguria.
Geografia, architettura, commercio e conoscenze tramandate finirono così per incontrarsi nello stesso luogo.
Il Salame di Varzi DOP non porta il nome del paese soltanto perché qui viene prodotto. La sua storia è legata al clima della valle, alle antiche vie commerciali, agli allevamenti, al lavoro delle famiglie e agli ambienti nei quali il prodotto poteva maturare lentamente.
Oggi la DOP segue un disciplinare preciso e interessa una zona di produzione più ampia del solo territorio comunale. Ma entrando in una cantina storica si comprende immediatamente dove affondano le radici di questa tradizione.
Portici, contrade e particolari da cercare
Dopo torri e chiese, il modo migliore per continuare la visita è rallentare.
Via del Mercato conserva i portici del livello più basso e ricorda nel nome la funzione svolta per secoli. Via Porta Nuova segue il livello superiore del sistema porticato. Via della Maiolica, il Vicolo dietro le Mura, gli sporti, i ballatoi e gli ingressi delle cantine compongono un percorso nel quale architettura e vita quotidiana sono ancora strettamente legate.
In piazza Umberto I il complesso malaspiniano dialoga con Palazzo Tamburelli, oggi sede del Municipio. Lungo la Contrada di Dentro si incontrano palazzi, portali, stemmi e l’antico Ospizio dei Pellegrini.
Accanto agli edifici più importanti, però, sono spesso i particolari minori a raccontare meglio il borgo: una pietra consumata, un arco inglobato in una casa, una grata che dà aria a una cantina, un tratto di muro che continua dentro un edificio.
Varzi premia chi guarda anche di lato, in alto e qualche volta alle proprie spalle.
Le serrande dipinte: la memoria diventa colore
La storia di Varzi non si ferma alle pietre antiche.
A partire dal 2020 alcune saracinesche di botteghe del centro sono diventate superfici d’arte. Il progetto è nato anche per riportare sulle strade fotografie, volti e scene della vita del paese, trasformando chiusure anonime in frammenti di memoria condivisa.
Quando le serrande si abbassano compare così una piccola galleria all’aperto. Le immagini non cercano di imitare il Medioevo: mettono in dialogo il passato più recente con il tessuto antico del borgo.
Vale la pena cercarle una a una. Alcune mostrano luoghi riconoscibili, altre riportano in strada persone e mestieri, altre ancora aggiungono uno sguardo contemporaneo.
È il segno più immediato di un paese che non si limita a conservare la propria storia, ma continua a raccontarla con linguaggi nuovi.
Oltre il centro storico: le frazioni di Varzi
Il borgo è il cuore di un territorio comunale molto esteso, fatto di colline, boschi, calanchi e piccoli nuclei. Fermarsi al centro storico significherebbe conoscerne soltanto una parte.
Pietragavina
Pietragavina domina il paesaggio tra la Valle Staffora e la Val Tidone. Il nucleo antico si raccoglie attorno al castello, legato alla storia dei Malaspina, tra case in pietra e boschi di castagni.
Perché andarci: per il castello, l’atmosfera raccolta del borgo e i panorami che cambiano con le stagioni.
Cella e il Tempio della Fraternità
A Cella si trova uno dei luoghi più singolari del territorio: il Tempio della Fraternità dei Popoli, voluto da don Adamo Accosa nel secondo dopoguerra.
È una chiesa-museo dedicata alla pace, nella quale cimeli provenienti dai campi di battaglia di diversi Paesi sono stati trasformati in arredi e simboli religiosi. Oggetti nati per la guerra assumono qui un significato opposto e diventano un invito alla memoria e alla fraternità.
Perché andarci: perché non è soltanto un edificio da vedere, ma un luogo capace di cambiare il significato degli oggetti che custodisce.
Nivione e i calanchi
Nivione unisce storia e paesaggio. La frazione conserva la Chiesa di San Marcellino e, nel suo territorio, le tracce di un antico castello. Poco distante, i calanchi disegnano uno scenario inatteso: creste d’argilla e pendii incisi dall’erosione interrompono il verde più consueto dell’Oltrepò.
Perché andarci: per scoprire un paesaggio sorprendente e osservare un volto completamente diverso del territorio varzese.
Bosmenso
Nei pressi dello Staffora sorge la piccola Chiesa di San Giorgio, di origine romanica. Al suo interno è conservata un’antica lapide in arenaria legata alla figura di Rotlenda, giovane di stirpe regia longobarda: una testimonianza che continua ad alimentare interesse e interrogativi.
Perché andarci: per un edificio raccolto e antichissimo, che conserva una delle presenze più enigmatiche della storia locale.
Santa Cristina
Da Santa Cristina lo sguardo si apre sulle colline, sui boschi e sui castelli che segnano il paesaggio. In località Moiassa si trova anche la Panchina Gigante di Varzi, punto panoramico dal quale comprendere quanto sia ampio il territorio che circonda il borgo.
Perché andarci: per osservare Varzi e l’Appennino da una prospettiva diversa, soprattutto nelle giornate più limpide.
Varzi, da vicino
Una torre medievale che conserva una storia difficile da dimenticare. Due antiche porte che permettono ancora di leggere la forma del borgo. Chiese nate dalle confraternite, portici disposti su più livelli, strade che attraversano le case e cantine che proseguono sotto le vie. Un prodotto conosciuto ben oltre la valle, legato al clima, alle rotte commerciali e all’architettura del paese. E poi arte sulle serrande, castelli tra i boschi, edifici romanici, calanchi e panorami aperti sull’Appennino.
Varzi non si esaurisce in una visita veloce. Bisogna entrare nelle contrade, seguire le differenze di livello, cercare ciò che rimane nascosto al primo sguardo e poi spingersi un po’ più lontano, verso le sue frazioni.
Quando si riparte, le torri sono ancora le stesse. È cambiato il modo di guardarle.

